Sono due le parole che ricorrono più frequentemente parlando con Andrea Bortolotti e che si intrecciano nella sua storia personale di ragazzo e atleta: libertà e famiglia. Schietto, diretto e dalla battuta pronta, Andrea è uno dei veterani della squadra del SanPro Special da quest’anno affiliata al Sassuolo Calcio che, come tanti altri ragazzi suoi coetanei, ha coltivato la passione per il calcio fin da quando giocava in parrocchia.
Ventotto anni compiuti a giugno, diplomato in Informatica, Andrea è nato a Mirandola, un piccolo comune in Emilia Romagna, e vive dall’età di otto anni con mamma Emanuela che lo ha preso in affido “scegliendomi e dandomi tutto l’amore di cui avevo bisogno come una vera mamma ”, come sottolinea lui stesso in questa lunga chiacchierata mentre racconta di sé, di come vive la sua disabilità, del lavoro in cooperativa e soprattutto della passione per il calcio e dell’amore per Alessia, la sua “ morosa”, prima tifosa in campo e fuori.

Andrea e il calcio: partiamo da qui. Come nasce la tua passione?
“In realtà io sono l’unico in famiglia a seguire il calcio. Mi piace guardare le partite e sono tifoso della Juventus. Come tanti altri ragazzi della mia età mi piace giocare a calcio ed ho iniziato tirando i primi calci in parrocchia. Il pallone è entrato nella mia vita quasi per caso, ma ora ne fa parte in modo importante. Cos’è il calcio per me? Un bellissimo sfogo. Mi aiuta quando sono arrabbiato oppure stressato perché libera le mie emozioni. Mi fa sentire bene. Con il calcio dimostro chi sono, il mio carattere. Insomma, mi dà forza e mi rende felice. È bello scendere in campo e vedere che ci sono persone pronte a tifare e a gioire per un tuo gol o per quello di un tuo compagno. È un anno difficile quello che stiamo vivendo perché il Covid ci ha tolto la libertà di uscire, di vivere il più possibile una vita normale divertendoci con i nostri compagni e amici, ma spero che tutto ciò finisca presto”.

Cosa ti manca di più?
“La normalità. Mi mancano le giornate passate ad allenarmi, il ritrovarmi al campo con i miei compagni per divertirci e stare insieme. Abbiamo una chat di calcio e ci scriviamo tutti i giorni ma non è la stessa cosa. Alla fine anche con i tuoi compagni si forma un gruppo che è come una famiglia. Si va d’accordo e si può discutere come è capitato a noi e come succede a tutti nella vita, ma alla fine ci divertiamo e siamo uniti. Questa è la cosa più importante. Si cresce insieme. Io faccio parte della squadra dal 2017 e se mi guardo indietro, vedo che siamo tutti migliorati come ci dice anche Matteo Zavaroni, il nostro Mister”.

Che allenatore è? Ce lo racconti?
“Innanzitutto è una persona che mi ha aiutato a crescere. Non ho avuto sempre momenti facili e lui mi è stato vicino. Ci siamo conosciuti molti anni fa e poi ritrovati quando ho iniziato a giocare con la squadra nel torneo di Quarta Categoria. Con lui parlo di tutto, anche della mia disabilità e mi sento capito. È generoso in campo e fuori ed è sempre pronto a darmi consigli. Un ottimo allenatore e un riferimento”.

Glielo troviamo un difetto?
“Non è proprio un difetto, ma diciamo che quando ci alleniamo non mi fa parlare molto. A volte gli faccio ripetere le cose più volte, lo ammetto, ma lui non si arrabbia. Mi dice che è importante ascoltare e di rimanere concentrato. Sa come prendermi e quando mi arrabbio, mi sa calmare ”.

E un tuo difetto?
“Quello di arrabbiarmi per delle cose che poi mi rendo conto alla fine essere di poca importanza. Me la prendo un po’, ma poi passa. A volte mi è capitato di uscire magari per bere una cosa con amici e sentirmi dire o chiedere dalle persone il perché del mio tremore che si accentua soprattutto quando mi sento sotto pressione oppure osservato. Non è un problema per me parlare della mia disabilità (una patologia che appartiene alle malattie genetiche rare, ndr), mi ferisce solo quando vedo la superficialità della gente. Si tratta a volte di capire cosa c’è dietro quel tremore e mi dà fastidio la mancanza di sensibilità di alcuni. Ma poi anche grazie alle persone che mi vogliono bene decido di non prendermela troppo e mi reputo comunque un ragazzo molto fortunato”.

Chi è Andrea? Ti va di raccontarci qualcosa della tua famiglia ?
“Andrea è un giovane ragazzo che desiderava fin da piccolo qualcuno che gli volesse bene incondizionatamente e ha trovato una famiglia che ha realizzato questo suo desiderio. Mia mamma naturale mi ha abbandonato e dopo aver passato qualche anno in una comunità di minori, dall’età di nove anni sono andato in affidamento. Nella mia vita è arrivata una persona speciale di nome Emanuela, la mia mamma affidataria, che mi ha scelto fin dall’inizio e sono con lei anche oggi. Nella mia famiglia speciale. Forse ci siamo scelti entrambi oppure semplicemente trovati in questo nostro bellissimo percorso. Mi reputo fortunato perché da lei ho ricevo solo amore e per me è la mia vera mamma. Se non l’avessi incontrata, non so dove sarei ora. Certo si arrabbia come tutti i genitori, ma è giusto così. È una mamma fantastica che fa anche da padre a me e ai miei fratelli, Luca e Marco. Mi dà consigli nel lavoro, ogni volta che era possibile mi accompagnava agli allenamenti per sostenermi e con lei parlo di tutto. Come con Alessia, la mia ‘morosa’ da due anni”.

Come vi siete conosciuti tu e Alessia?
“È stato il destino. Siamo andati in montagna con una cooperativa per una gita di due giorni e lì ho conosciuto Alessia. Mi interessava e così ho iniziato a corteggiarla. Ci siamo conosciuti meglio e alla fine l’ho conquistata . A giugno sono due anni che siamo fidanzati. Lei tifa per me ed è tra le cose belle della mia vita. Purtroppo ora non possiamo vederci perché abita a Reggio Emilia, ma ci sentiamo e spero di poter tornare presto ad incontrarla. Sta per finire questo brutto anno e per il 2021 vorrei avere la libertà di prima, vedere di più l’Alessia e magari dedicarle un mio gol. Finora non sono ancora riuscito a segnare, ma mi piacerebbe perché sarebbe tutto per lei e vorrebbe dire che siamo tutti tornati a giocare a calcio come prima”.